
La radio è arrivata prima delle spiegazioni, prima delle scelte consapevoli. È arrivata come un suono lontano nella notte, qualcosa che non capivo del tutto ma che mi chiamava. Davanti a un ricevitore acceso ho imparato presto che il silenzio non è vuoto, ma spazio. E che ascoltare richiede tempo, pazienza, rispetto. In quelle prime ore, il mondo sembrava grande e lontano, e insieme accessibile, come se bastasse imparare a sentire davvero. Erano i primi anni settanta...
Crescendo, quel bisogno di ascolto ha cercato una forma. Studiare Scienze dell’Informazione è stato un modo per dare un nome a ciò che già sentivo: il mondo è fatto di segnali, strutture invisibili, messaggi che cercano una strada e significati che spesso si nascondono dietro la superficie. L’informatica non è mai stata fredda per me; era un linguaggio per capire l’ordine e la complessità, per dare senso alle relazioni tra dati, tra persone, tra esperienze. Rigore e intuizione, logica e fragilità umana: tutto poteva coesistere se lo sguardo era attento.
Nel 1998 ho ottenuto la patente di radioamatore (esame con teoria e telegrafia) e ho iniziato a trasmettere come IZ1CQN. Mettere la mia voce, il mio ritmo, i miei limiti dentro un segnale che poteva perdersi o arrivare. La telegrafia, con il suo ritmo essenziale e implacabile, è diventata naturale: pochi segni, nessuna possibilità di nascondersi. O ci sei, o non passi. È un linguaggio che non conosce superficialità, ma insegna presenza, pazienza, rispetto reciproco.
L’informatica è rimasta sullo sfondo, come una spina dorsale silenziosa. Nei protocolli, nelle reti sperimentali, nelle tecnologie digitali ho ritrovato la stessa domanda di sempre: come restare in contatto senza perdere umanità? Anche quando lavoro con sistemi moderni, non cerco la velocità, ma il senso. Non l’efficienza assoluta, ma l’equilibrio. Ogni linea di codice, ogni nodo digitale, ogni esperimento è un tentativo di rendere tangibile il legame invisibile che unisce persone e informazioni, passato e presente, rumore e silenzio.
Il mio sito personale nasce come luogo di condivisione silenziosa e riflessiva. Appunti, esperimenti, osservazioni, tentativi, errori: tutto ha il suo tempo, la sua misura. Non ci sono notifiche, like o messaggi istantanei. Non amo i social network. Li percepisco come strumenti che accelerano il rumore, riducono l’ascolto e confondono la profondità con la quantità. Qui, sul mio spazio digitale, ogni parola, ogni progetto ha il suo tempo e la sua presenza. È uno spazio dove chi vuole fermarsi può davvero farlo.
Fuori dalla tecnologia, trovo respiro nel mare come velista, dove il vento non si controlla ma si asseconda. Nella vela imparo di nuovo l’ascolto: l’armonia tra movimento, resistenza e imprevedibilità diventa un esercizio di attenzione e presenza.
Nella musica, (studio pianoforte oltre a strimpellare la mia Ibanez...) ritrovo un linguaggio senza rumore di fondo, dove ogni nota conta e il silenzio è parte della melodia. Nel cielo notturno, nel vino condiviso (sono sommelier A.I.S.), nella lettura lenta e meditata, riconosco la stessa necessità: fermarmi, assaporare, percepire, capire.
La radio, l’informatica, il mare, la musica e le pagine scritte non sono mai state fini a se stesse. Sono strumenti per abitare la vita, per dare significato al tempo e alle relazioni invisibili che attraversano il mondo. Il filo che lega tutto è sempre lo stesso: ascoltare, capire, restare presenti. Non dominare, non apparire, non accumulare. Comunicare, per me, significa abitare il silenzio, riconoscere ciò che passa davvero e custodirlo.
In ogni segnale radio, in ogni linea di codice, in ogni nota o in ogni parola scritta sul mio sito, c’è la stessa ricerca: autenticità. Non numeri, visualizzazioni o consensi. Ma connessione vera, lenta, discreta. Di umanità. Io vivo così, tra segnali, suoni e silenzi: cercando non di farmi sentire, ma di sentire il mondo, e me .